Appennino centrale: pagine di storia alpinistica

"...ma è quasi con dolcezza che arrivo in cima: mi guardo intorno e, mentre riconosco tutto, sento l'equilibrio;

è una cosa straordinaria, in questo momento ....scalare d'inverno mi piace da matti, sempre!!"

                                                                                                                                            Massimo Marcheggiani

Serra di Celano

Sulla Serra, all'uscita della Cresta dei Fiori

Alla fine di giugno, la primavera non ha cessato di stupire con i suoi fuochi d’artificio, esplosioni di colori e delicatezze floreali su un tenue manto di verde brillante, che l’estate già reclama i suoi giorni. Il blu del cielo si fa intenso, la luce non più discreta è ora sfavillante; è il momento più seducente della bella stagione, tra breve i dardi del sole saranno prepotenti.

In queste giornate terse, con dolce clima, chi sale i ripidi scoscendimenti della Serra di Celano può assistere allo spettacolo affascinante, che a volte la natura tiene in serbo per qualche angolo particolarmente prediletto: un’immensa fioritura che come un manto policromo e profumato, ricopre la cresta e le balze erbose della montagna.

Conosciuta da qualcuno come Monte Tino, per gli  aficionados è semplicemente “la Serra”; un esempio di come nella toponomastica un nome comune può trasformarsi in nome proprio.

        Se sull’abitato di Celano incombe come un  enorme maniero che fa da naturale contraltare al turrito castello dei Piccolomini, dal piano di Ovindoli la forma slanciata alla testata della valle, ha l’aspetto indiscutibile di una sentinella severa. Le balze rocciose, frastagliate e discontinue, che sul versante sud si alzano modeste dai pianori della Pineta e di San Vittorino, a nord al contrario,  s’impennano bruscamente, si fanno compatte e ardite, regalando alla Serra quella parete nord, dal  fascino a volte un po' torvo che fin dagli anni ‘30 si è conquistata le attenzioni degli alpinisti capitolini.

        Montagna pittoresca dunque, discretamente frequentata dagli escursionisti, specie nella bella stagione.

Con una lunga e affilata cresta rocciosa, dall’andamento est-ovest e uno sviluppo di oltre un chilometro, la Serra di Celano si erge a oriente delle Gole omonime, costituendo così una naturale prosecuzione della più lunga Serra dei Curti. A sud un dislivello consistente si alza direttamente dal paese di Celano, mentre a nord i pascoli alti della Valle dei Curti, lambiscono le pietraie alla base della parete Nord, di più modesta elevazione. Ad ovest infine, un “fosso” incide i pendii erbosi, raccogliendo le acque delle sorgenti a monte e distaccando Monte Faito dalla dorsale della Serra.

        La vetta della montagna segna la quota di metri 1923, ma sulla cresta degradante a occidente, una seconda elevazione, a quota 1839, costituisce il culmine della caratteristica Cresta Ovest.

        I tre itinerari normali più frequentati che salgono in vetta, offrono la possibilità di approcci differenziati alla montagna, come dislivello, lunghezza e quindi come impegno complessivo. Due di essi sono senz’altro consigliabili; anche perché offrono gli scorci più pittoreschi della montagna: entrambi hanno inizio presso caratteristici fontanili e si sviluppano lungo l’ampia Valle dei Curti, raggiungendo la sommità di M. Tino attraverso l’aerea Cresta Nord Est. L’itinerario più usuale che sale invece sul versante sud, partendo dalle ultime case di Celano, sale per circa 1000 metri, ma su terreno ripidissimo e  richiede quindi una performance escursionistica, non banale. La posizione felice della montagna, che sorge isolata tra valloni e più bassi contrafforti permette allo sguardo, una volta raggiunta l’elevazione massima, di spaziare a 360°. Ma l’aspetto più interessante del panorama è costituito dallo scorcio offerto dai dirupi rocciosi all’imbocco delle Gole e, più a nord, dalla lunga dorsale del Sirente, lontano un tiro di schioppo.        

Sui tetti dell'abitato di CelanoI ripidi pratoni, che dalla vetta sembrano finire direttamente sui tetti delle case di Celano, sono in questo periodo, un vero tappeto di viole e narcisi; al giallo intenso delle ginestre, fa da contrappunto il blu delicato del Non ti scordar di me, i cui cuscinetti qui, assumono dimensioni di cespuglio. Passeggiare sulla cresta, superando con divertente arrampicata, le facili formazioni rocciose, è piacevolissimo; la sensazione aerea si fa sempre più inebriante. In mezzo a questo prodigio floreale, che ogni anno si ripete per un periodo brevissimo, è bello indugiare sulla montagna; costeggiare le rocce che precipitano a nord e ammirare il “tessuto a patchwork” della Conca del Fucino, che su questo monte non poteva avere belvedere più azzeccato.

            LA RICERCA DI UNA MEMORIA STORICA

Dell’attrazione che la Serra di Celano, nel gruppo del Velino-Sirente, ha rappresentato in passato per gli alpinisti, si è brevemente accennato. L’atteggiamento dei “romani” di sentirsi in questa zona un po' come a casa, ha favorito lo sviluppo di quelle attività sportive legate alla montagna, ancora poco diffuse o addirittura ignorate dai nativi. La vicinanza di molte località di soggiorno turistico, frequentate fin dagli inizi del secolo e in particolar modo privilegiate, da un pubblico essenzialmente laziale, ha dato modo a tutto il gruppo montuoso del Velino, di venir fuori dall’oblio secolare, permettendo ad alcuni personaggi, all’epoca rari ed estemporanei, di “scrivere” anche in questa zona dell’Appennino belle pagine di storia dell’alpinismo e contribuendo in maniera determinante all’esplorazione e alla conoscenza di zone affatto frequentate.

            -“Anche per questo gruppo dell’Appennino Centrale non è facile parlare di alpinismo invernale; poche e confuse le notizie, per sentito dire spesso, prese in prestito da terze persone a volte. Quasi del tutto assente la bibliografia e vaghe notizie si carpiscono qua e là in libri, riviste e bollettini del Club Alpino Italiano. Tra l’altro, in nessun gruppo montuoso dell’Appennino Centrale, come quello del Velino, l’alpinismo ha trovato difficoltà a qualificarsi come attività distinta da forme di escursionismo impegnativo.”- Così scrive Vincenzo Abbate, grande conoscitore e instancabile esploratore delle montagne del Velino, nell’introduzione al capitolo dedicato a queste ultime, nella sua opera “Appennino d’inverno”.

            -“Nella ricostruzione di queste cronache disperse”- continua l’autore, - “potrà tuttavia cogliersi l’originalità di un alpinismo praticato su “monti minori”, frutto di un’attività esplorativa interessante e mai banale”-.

        L’assenza di una documentazione sistematica, sulle numerosissime salite effettuate in questo gruppo montuoso già dagli anni ‘20, rende quindi oggi problematica qualsiasi forma di ricerca, tendente a restituire una memoria storica ad un’attività alpinistico-esplorativa, in alcuni casi appassionata, comunque degna di nota.

        All’ombra di una storia dell’alpinismo, scritta esclusivamente sulle montagne dell’arco alpino, l’atteggiamento schivo e modesto degli alpinisti del Centro Italia, ha contribuito in passato a stendere un velo di silenzio su una attività, a volte intensissima, praticata su vette e pareti a torto relegate al ruolo, pur sempre lodevole,  di scenario naturale di rara bellezza a cornice di un paradiso degli escursionisti. Oggi non è più così!

        A fianco alle ardite silouettes del Gran Sasso d’Italia, da sempre calamita dell’attenzione e degli sforzi di alpinisti e non solo, molti angoli obliati e selvaggi, di un territorio tra i più montuosi della penisola, stanno  conoscendo in queste ultime decadi un rinnovato interesse per un’attività laboriosa che spazia dallo sci alpinismo al torrentismo, dalle cascate di ghiaccio all’arrampicata sportiva, dalla speleologia all’alpinismo. Al fenomeno diffuso di non lasciare traccia del proprio operato e snobbare qualsiasi forma di documentazione storica, si è sostituito un comportamento attento e puntiglioso nel rilevare aspetti importanti di una dimensione appenninica, scevra da forme di confronto e frapposizioni.

        Quello invernale di alpinismo, costituisce poi, la forma meglio in grado di esprimere le valenze e le potenzialità della montagna appenninica. Da sempre gli alpinisti hanno saputo cogliere il nesso di una dimensione che permette di tracciare nella cattiva stagione, con le giuste condizioni, itinerari eleganti, di grande soddisfazione e spesso di grande impegno, su un terreno il più delle volte fuori dei canoni dell’ortodossia alpinistica: il regno del “misto”. Le difficili condizioni geomorfologiche, la severità ambientale, gli aspetti climatici e la grande perizia tecnica e intuitiva richiesta per risolvere, di volta in volta, problemi e difficoltà sempre diverse e mai catalogabili, hanno affinato nel tempo le capacità di gente veramente innamorata di questi luoghi.

        E` con occhio più acuto e una diversa sensibilità che, anche in estate, le rocce spesso poco affidabili negli angoli più negletti di queste montagne, sono state oggetto di una originale frequentazione da parte di un pugno di personaggi, a cui le regole e le mode di un alpinismo sempre più inquadrato e poco creativo, stanno quanto mai strette. L’alpinismo in Appennino è giocoso o duro, di grande soddisfazione, ma sempre “vario” ed originale.

Sulla Cresta Nord est, in prossimità della vettaLa Serra di Celano - ma più in generale tutto il gruppo del Velino - non è sfuggita a questo fenomeno. La sua parete nord, ha rappresentato per più di una generazione di alpinisti laziali un comodo terreno di gioco; una sorta di palestra dove effettuare le prove generali di ben più impegnative ascensioni. Su roccia agli albori, il grande gioco è proseguito più consono, con piccozza e ramponi. Oggi questa parete ha ceduto il posto ad altri versanti della montagna e l’arrampicata su roccia è tornata a farla da padrone. Tutto il versante sud della montagna, da ovest ad est, è stato esplorato, ma nuovi angoli appartati e solitari continuano ad attirare l’attenzione di poche cordate alla ricerca del silenzio e di un contatto vero con l’ambiente.

        Nel volume dedicato all’Appennino Centrale, nella collana “Guida ai Monti d’Italia’ del CAI-TCI, edito nel 1955(!) -praticamente introvabile e parzialmente sostituito dal primo volume della nuova guida aggiornata-, gli autori rilevavano all’epoca l’esistenza  di alcuni itinerari  su roccia aperti sulla parete Nord della Serra; versante che fino a tempi recenti, erroneamente verrà considerato l’unico alpinisticamente interessante della montagna. L’esplorazione delle creste rocciose del versante sud ovest, la valorizzazione di settori come quelli di San Giorgio, San Vittorino e Cima Sferracavalli, con interessanti formazioni rocciose sul versante sud est, è cosa di questi ultimi anni.

            La salita più remota di cui si ha notizia riguarda il Camino del Cavaliere, meglio conosciuta come via Zacchi, aperta il 27 giugno del 1926 da O.Zacchi e compagni. Per un diedro camino  e successivi colatoi e canalini, l’itinerario supera i salti rocciosi immediatamente sotto la vetta orientale. La vetta occidentale sarà oggetto di attenzione pochi anni più tardi, nel 1931, quando la cordata Lopriore/Savini supererà la parete nord per due differenti tracciati, sfruttando due camini contigui. Quasi certamente l’itinerario conosciuto come Via della Cengia, il cui tracciato risulta essere il più logico ed evidente della parete, deve essere anch’esso di vecchia data, anche se non si conoscono i nomi dei suoi primi salitori.

        La qualità tutt’altro che buona della roccia sulla parete Nord, ha probabilmente dissuaso in seguito le buone intenzioni delle nuove leve di quell’alpinismo che nel Centro Italia, a partire dall’immediato dopoguerra fino a tutti gli anni ‘60, si andava formando in tutt’altra filosofia, ponendosi mete ben più ambiziose delle precedenti generazioni. Con il passare degli anni ci si è limitati a sporadiche ripetizioni degli itinerari esistenti, mentre sempre più corpo prendeva la consuetudine di considerare tutto ciò che è  fuori dell’ambito del Gran Sasso, di minore interesse a livello alpinistico.

        L’interesse per la stagione invernale, per chi conosce le caratteristiche della montagna appenninica, è subito evidente. Le costole rocciose della parete nord della Serra, sono intersecate da un buon numero di canalini che in inverno si trasformano in brevi ma interessanti goulotte ghiacciate.

        Negli anni ‘50 si conoscevano già i due più evidenti canali che tagliano perpendicolarmente le rocce subito a sinistra della vetta occidentale; con molta probabilità erano stati già saliti in precedenza, ma di queste ascensioni non se ne ha notizia, come pure confuse e in molti casi ignote saranno molte salite degli anni a seguire.

        Tra le salite di cui si ha certamente notizia è la ripetizione invernale della Via della Cengia effettuata il 28 febbraio del 1958 da Antonio Mazzocca, Gianni Negretti e Tito Colognesi. Tra le più note si pone quella effettuata da Andrea Gulli, Bruno e Stefano Tribioli nell’aprile del 1975 della classica Via Zacchi. Le condizioni decisamente invernali della montagna impegnarono a fondo la cordata, che appena un anno più tardi, questa volta in gennaio, salirà un nuovo itinerario a sinistra della Via Zacchi. Del tracciato della via, passata alle cronache come Canalino ESCAI, non si hanno notizie dettagliate, e l’itinerario potrebbe coincidere con quello effettuato più recentemente, nel marzo del 1995, da Vincenzo Abbate e compagni.

Serra di Celano, Cresta OvestNegli anni ‘70 si colloca pure una prima salita effettuata da P.Giorgio Coccia, Luigi Roveda ed altri, per il Canalone di San Sebastiano che, a metà della parete nord, sale in cresta subito a sinistra dello Sperone del Gendarme. Questo, insieme alla prima invernale della Cresta ovest di cui si è perso memoria, è quanto si riesce a ricostruire dell’attività invernale sulla montagna. Certamente ben poca cosa è stata affidata alle cronache, ma i conoscitori della montagna giurano che le salite e le ripetizioni effettuate sono invece  in gran numero.

        Recentemente, nel 1996 in particolare, l’esplorazione delle potenzialità invernali della parete è stata portata avanti in maniera abbastanza sistematica; più che altro da alpinisti di Tivoli e Palestrina. E’ sempre la passione indefessa di Vincenzo Abbate, alpinista e attento studioso di quel fenomeno ormai noto come “appenninismo”, a raccogliere e ad archiviare meticolosamente tutto ciò che riguarda le ascensioni sull’Appennino Centrale.

        Alla fine del marzo 1995 sarà lo stesso Abbate a guidare la cordata con Giulio Coltrè e Alessandro Marchetti per salire sulla vetta orientale della Serra, seguendo gli scivoli ripidi di un canalino posto immediatamente a destra della stessa; la via prenderà il nome di “Pasquale del Vecchio”.

        Appena un anno dopo, in compagnia di Manilio Prignano, Abbate tornerà sulla stessa parete per salirvi un nuovo itinerario, “Ritorno alle Origini”, che si sviluppa subito a sinistra dello Sperone del Gendarme. Fuori stagione, ma con la montagna ancora innevata, sarà concluso il ciclo dei canali percorribili su questo versante: il 6 aprile 1996 Giulio Coltrè e Maurizio Illuminati disegneranno un nuovo itinerario “diretto alla cima Ovest”. Lo stesso giorno V.Abbate e Luca Lunari saliranno in successione “La Spada” e “Il Corvo”; entrambe le vie a sinistra della parete, adducono in cresta, in prossimità della vetta Orientale.Sulla Cresta sud ovest di Cima Sferracavallo, in località San Vittorino

        Nonostante l’attenzione in passato sia rimasta focalizzata sulla parete nord della montagna, il versante sud della Serra non è stato per questo disdegnato. Con una inclinazione nettamente minore e una conformazione rocciosa decisamente frastagliata e discontinua, questo versante presenta comunque nella bella stagione alcune interessanti e divertenti possibilità di ascensioni alpinistiche, tecnicamente non difficili, ma sicuramente da annoverare tra le salite appaganti ed originali. Nel settore che culmina nei pressi della vetta occidentale, tre lunghi crestoni rocciosi, si stagliano netti, intercalati da altrettanti netti canali erbosi. Muretti, piccoli gendarmi, spigoletti e crestine, sono frequentemente interrotti da terrazze e cenge erbose. L’arrampicata ne risulta discontinua ma divertente, mai veramente impegnativa.

        Dopo la classica Cresta Ovest, da sempre frequentata, negli ultimi anni sono state salite anche le altre due creste, la Sud Ovest e la Sud Sud Ovest, rispettivamente denominate Cresta dello Spalto e Cresta dei Fiori. Quest’ultima, percorsa nel giugno del 1995 da Vincenzo Abbate e Luca Lunari di Palestrina, vuole essere un omaggio al meraviglioso spettacolo offerto un mattino di inizio estate, dal rigoglio floreale su per le balze della montagna.

        Anche l’esplorazione di questo versante del monte quindi, è dovuta all’incessante impulso di Abbate;  negli anni a cavallo tra il 1992-96, con compagni vari, darà vita a numerosi itinerari salendo tutti i crestoni rocciosi e alcuni speroni, che esposti a sud est si affacciano sulla selvaggia Valle Maiuri. Tra questi, degne di menzione, sono le vie che risalgono i salti rocciosi al di sotto dei “Passetti”di Valle Maiuri, di breve sviluppo ma in ambiente assolutamente selvaggio e appartato. “Primo passaggio a est” è stata effettuata il 10 maggio del ‘92 in compagnia di Daniele Codoni e Danilo Restaneo;  “Aspetti primordiali” il 7 agosto dello scorso anno in compagnia di Massimo Ranieri.

        Tutte le vie di cresta salite sul versante sud, anche se in molti casi presentano tiri di media difficoltà, in genere costituiscono però delle arrampicate non impegnative ma dallo sviluppo a volte considerevole. Senz’altro rappresentano quindi una maniera diversa di fare alpinismo; non la salita come obiettivo fine a se stesso, ma un modo di rendere preminente l’esplorazione della montagna e il contatto con l’ambiente. Con queste premesse diventa irrilevante accordare una preferenza ad un itinerario piuttosto che a un’altro, è quindi in questo senso che qui vengono presentate alcune proposte di ascensione.

        Tra gli itinerari escursionistici, a fianco di una tra le più piacevoli vie normali conosciute, ne consigliamo un’altra, tuttora inedita, meglio in grado di cogliere la vera natura  selvaggia della Serra, dipanandosi tra bonari salti rocciosi e silenziosi valloni, per nulla frequentati.

        Per quanto riguarda le salite più tecniche, non resta che proporre un percorso di cresta sul caldo versante sud  della montagna, oppure una breve arrampicata su solida roccia in un settore ancora tutto da esplorare  o, meglio ancora, un assaggio delle divertenti salite che la parete nord offre , quando la montagna è in condizioni invernali.

GLI ITINERARI

Da San Potito, per la Valle dei Curti e la Cresta NE

Dislivello:  890 mt

Tempo di percorrenza: ore 3.00

Difficoltà: Escursionistica

A circa un chilometro fuori della frazione di San Potito, al Km 41,400 della SS 5 bis, che collega Ovindoli a Celano, occorre lasciare le macchine all’imbocco di una stretta sterrata, che proseguendo in direzione est, supera poco dopo il fontanile di S.Tommaso e giunge a q.1100 ad un’opera di captazione delle acque. Si prende quello a sinistra di due sentierini, che da qui si dipartono, inerpicandosi nella bella pineta. Superata una seconda opera di captazione dell’acquedotto, si prosegue su sentiero più marcato e ottimamente segnalato.

        Dopo qualche svolta si è fuori dal bosco, proseguendo sotto le pendici di M.Faito. Il percorso è ora dominato dalla mole slanciata della vetta occidentale della Serra e dalla sua Cresta Ovest che  si fa via via sempre più netta. Senza nessuna difficoltà si perviene a q.1350, in un ampio vallone erboso solcato dal Fosso dei Curti, dove scorrono le acque delle sorgenti a monte. Giunti ad un bivio è conveniente prendere la diramazione a destra, che superato un fontanile in disuso, permette di passare sui verdi prati a monte del fosso. Entrando nell’ampia Valle dei Curti, il sentiero si trasforma in una fievole traccia che, quasi a ridosso dei ghiaioni, sotto la parete nord del monte, si inerpica verso la parte alta della valle. Con segnalazioni poco evidenti, ma con tracciato logico, si tocca una sella a q.1833, dove si incrocia l’itinerario che giunge da Ovindoli. Ora il panorama si fa interessante, sulle sottostanti gole e sui margini orientali del Fucino.

        Superando qualche piccolo gradino roccioso, si è sulla Cresta NE della Serra, che con percorso facile ed aereo in breve porta in vetta (1923 mt).

Da Celano, per San Giorgio, “i Passetti” e la Valle Maiuri

Dislivello: 920 mt

Tempo di percorrenza: ore 3.30

Difficoltà: Escursionisti Esperti

All’entrata dell’abitato di Celano, al km 45 della SS n° 5bis, in prossimità di un segnale turistico, si imbocca una ripida stradina che, superando il paese, conduce alla Chiesetta degli Alpini a quota 1000 mt circa. Si prosegue in direzione est, dapprima su strada sterrata, poi per un sentiero che, dopo alcune ripide svolte, supera una fascia rocciosa per un caratteristico passaggio scavato nella roccia: è questa la località di San Giorgio;  un affresco del XVI sec. raffigurante il santo, è ancora visibile in alto sulle rocce. Raggiunto il caratteristico altopiano di San Vittorino, ci si sposta sul suo limite orientale, affacciandosi sul versante ESE della montagna, in vista delle sottostanti Gole.

        Da una selletta a quota 1138, si scende per tracce di sentiero nella Valle dei Sordi, immettendosi su una più evidente traccia che, attraverso quattro evidenti passaggi (i Passetti), supera una serie di costole rocciose che dividono dall’ampia e selvaggia Valle Maiuri.

        Entrati nella valle, se ne risale il suo fondo con faticoso procedere, giungendo alfine a quota 1830 alla sella che si apre sulla cresta NE. Si segue l’aereo percorso della normale che sale dalla Valle dei Curti e in breve si raggiunge la Vetta Orientale.

Da Ovindoli, per la Cresta SSO (Cresta dei Fiori)

Dislivello Complessivo: oltre 535 mt

Sviluppo dell’arrampicata: 550 mt

Tempo Complessivo: ore 4.00

Difficoltà: Alpinistica

Se non elegante come la Cresta Ovest, per via della disomogeneità del percorso e della poco pronunciata struttura rocciosa, questo itinerario costituisce una simpatica alternativa ai percorsi escursionistici che salgono alla vetta.

        Sebbene di stampo alpinistico, il tracciato solo in alcuni punti si presenta veramente impegnativo, mentre sempre possibili e numerose sono le scappatoie lungo i verdi pratoni fioriti che bordano il filo roccioso della cresta. I passaggi di arrampicata non risultano obbligati.

        Con l’itinerario della via normale, dal Fontanile dei Curti ci si porta alla selletta erbosa che si affaccia sulla Valle omonima. Quando il sentiero piega a sinistra, lo si abbandona per scendere direttamente verso il fondo della valle, scavalcare il fosso e risalire sull’altra sponda in direzione della Cresta Ovest. Giunti alla base delle rocce, si contorna la montagna in direzione sud, lambendo gli alberi della pineta in parte bruciata qualche anno fa. Si scavalca alla base la Cresta Ovest, si oltrepassa un canalone, si supera una seconda cresta e attraversato ancora un canalone, ci si porta alla base della Cresta dei Fiori,  a quota 1530 (ore 1.30).

        Si arrampica alla ricerca delle difficoltà, seguendo quindi fedelmente il filo di cresta.

        Si superano brevi saltini e una pronunciata pancia rocciosa, per 100 metri (II e III). A destra si raggiunge un forcellino, oltre la quale si supera il salto roccioso sovrastante (20 mt, III), proseguendo fino ad un nuovo salto che si supera per una crepa (80 mt, II e III). Per pendii erbosi si perviene sotto un caratteristico naso roccioso, che si supera sulla sinistra (III). Si continua sull’esile filo di cresta per 150 metri (II). Ancora per prati si tocca la base di una successione di costole rocciose, dove un arco naturale fa bella mostra di se. Si rimonta l’arco, si prosegue per il filo roccioso e si raggiunge infine la cresta sommitale, alla quota di 1870 mt, nel punto compreso tra la Vetta Occidentale e quella Orientale (150 mt, I e II).

Sperone al II Passetto di Valle Maiuri  (via Aspetti Primordiali)

Dislivello Complessivo: circa 360 mt

Sviluppo dell’arrampicata: 160 mt

Tempo Complessivo: ore 3.30

Difficoltà: Alpinistica

Da Celano si raggiunge la sella della Valle dei Sordi attraverso il varco di San Giorgio e il Piano di San Vittorino (ore 1.30). Si scende lungo la valle per circa 200 metri, si oltrepassa un primo sperone, puntando al successivo, la cui base protendendosi più in basso, è caratterizzata da uno spigolo molto definito (0.30).

        Si sale lungo lo spigolo dello sperone, su roccia buona, a tratti ingombra di vegetazione (45 mt, IV/IV+). Sempre su roccia buona si punta ad un grosso albero, proseguendo su una placconata a sinistra, fin sulla sommità dello sperone (45 mt, IV). Si scende alcuni metri ad una selletta erbosa e dopo aver scavalcato un caratteristico dente roccioso, si traversa a destra e si sale un canalino breccioso pervenendo alla base di un successivo speroncino.

        Si risale lo speroncino tenendosi fedelmente sul filo (45 mt, II e III); ad una selletta si scende per prendere a sinistra una nuova costola rocciosa, la cui sommità è posta pochi metri al di sotto del II° Passetto di Valle Maiuri (q. 1360, 25 mt, III+).

Per la parete nord  (via Pasquale Del Vecchio)

Dislivello Complessivo: 435 mt

Sviluppo dell’arrampicata: 265 mt

Tempo di salita: ore 2.00 (dall’attacco della via)

Difficoltà: Alpinistica

Itinerario prettamente di stampo invernale, non molto lungo ma di grande soddisfazione, specie se la parete presenta le giuste condizioni, tenendo conto della posizione della montagna e la quota relativamente bassa. La via segue fedelmente un canalino posto immediatamente a destra della Vetta Orientale della montagna, nel tratto di parete caratterizzato in alto a sinistra, da una fascia rocciosa obliqua verso destra.

        Si raggiunge l’attacco della via da Ovindoli, risalendo i lunghi pendii nevosi del Piano dei Curti (ore 1.30 dal fontanile). Superato il conoide basale su pendenze moderate, si entra nel canalino proseguendo prima verticalmente, poi obliquando a sinistra (50°). Si supera una prima strettoia su inclinazioni sostenute e si prosegue mantenendosi a destra della fascia rocciosa (50/55°). Ad una successiva strozzatura si punta ad un grosso masso (50/55°). Si traversa leggermente a destra e si prosegue diritti in direzione della cresta (45°). Superando facili roccette si esce in cresta a pochi metri dalla vetta.

 * Parte delle informazioni storiche e alcune relazioni sugli itinerari, sono state gentilmente messe a disposizione da Vincenzo Abbate


            Murolungo             

        

Murolungo, parete nord

All'uscita di una galleria dell'A24 Roma-L'Aquila, il colpo d'occhio sulla bastionata rocciosa è notevole e inevitabile. La sua imponenza è solo un pò offuscata dalle cime limitrofe del monte Morrone e del monte Rozza. Anche la vegetazione, fittissima tutt'intorno, sembra soffocarne lo slancio. Il Murolungo comunque, è una montagna grande e la sua parete sud un vero scudo roccioso. 

Quasi quattro chilometri di rocce a picco sulla Val di Teve; un dislivello di circa 600 metri interrotto da grandi terrazzoni; un calcare compatto, inciso qua e là da profonde fenditure. Ad una osservazione superficiale, nessuna via logica di salita, mentre si individuano in più punti, torri, placconi, ampi spalti, cui fa da cornice una vegetazione a volte rigogliosa. Qualcosa di molto lontano dunque, dall'immagine della parete slanciata e pulita, tanto cara all'immaginario alpinistico. Un'autentica contrada del reame appenninico dunque, repulsiva e affascinante allo stesso tempo, alla cui seduzione però, davvero in pochi hanno prestato attenzione. Non una vera e propria parete, ma neanche una "banale" falesia, la Sud del Murolungo ancora oggi aspetta una sua collocazione nel terreno di gioco di cui è disseminato il mondo delle rocce appenniniche. 

Custode da sempre del Murolungo e dei suoi segreti è Eusebio Di Carlo (Sepio), ultimo abitante, insieme alla famiglia, della frazione di Cartore; poche case alla confluenza delle due vallate d'accesso ai Monti della Duchessa: la Val di Fua e la Val di Teve. Lui tra questi monti vi è nato e trascorso un'intera vita. Ancora giovane, con alcuni amici di Sant'Anatolia, diede vita ad uno sci club antelitteram, di cui Gaetano (Gigi) Panei, fu il vero motore trainante. 

Le numerose escursioni estive e invernali permisero alla comitiva di osservare le pareti del Murolungo e il marcato canale che incide il centro della parete nord non sfuggì alla loro attenzione. Gigi Panei, Eusebio di Carlo e Mario Placidi lo scalarono nell'estate del 1933, dando vita alla prima salita alpinistica vera e propria, compiuta sulle rocce della montagna. 

Quando nell'estate del 1976, Andrea Gulli, Stefano e Bruno Tribioli, di ritorno da quegli stessi spalti rocciosi, affidavano alle pagine dell'Appennino -notiziario della sezione romana del CAI- la relazione della via, non sapevano di essere stati preceduti. Un'altra cordata della capitale, Ettore Mercurio e Enzo De Ruvo, già nel 1956 ne avevano portato a compimento la prima ripetizione. 

E.Paolini sul secondo tiro della via Panei La salita del Canale Diretto, non dovrebbe essere l'unica, appannaggio degli alpinisti di Sant'Anatolia; Gigi Panei, prima di emigrare in Valle D'Aosta ed abbracciare la professione di guida alpina, da giovane percorse in lungo e in largo i Monti della Duchessa, ma della sua attività, alpinistica e sci alpinistica, si sa ben poco. Daltronte, la ricerca di un famoso diario tenuto dal gruppo, ove venivano puntigliosamente registrate le "imprese", è risultata vana. 

Così oggi l'unico appiglio a cui s'aggrappa la memoria storica sono le notizie sparse qua e là, le testimonianze distratte e i sentito dire. Oltre ai racconti di Sepio, naturalmente, che ti parla dei "suoi monti"; di queste presenze amiche e paurose allo stesso tempo, di grotte, briganti e tesori nascosti. Come "quella volta" che fu costretto a scendere a valle, da solo, con una gamba spezzata o di quando Alessandro Panei (avo del Gigi), sequestrato dai briganti, fu barbaramente trucidato sotto la caratteristica roccia aggettante di Iaccio della Capra. 

Ai limiti della leggenda, le storie della Duchessa per molti anni ancora, sono rimaste avvolte nel silenzio e l'atavica abitudine degli alpinisti d'Appennino, a non produrre documentazione sulle attività svolte fuori dell'ambito del Gran Sasso, ha contribuito ancor più ad alzare una cortina di fitta nebbia sulla storia del Murolungo e sull'attività alpinistica in zona.

Il 3 aprile del 1932, una tavola illustrata di A.Beltrame, apparsa sulla Domenica del Corriere, così recita" ...un alpinista che stava salendo la parete meridionale del Murolungo, nelle montagne abruzzesi del Velino, viene assalito improvvisamente da un'aquila. Il giovane si difende a colpi di piccozza, ma la lotta avrebbe avuto un tragico epilogo, se una valanghetta di neve non si fosse abbattuta con violenza sul rapace, travolgendolo". Può sembrare strano, ma per molte montagne dell'Appennino Centrale, la storia è rimasta ferma ad aneddoti del genere! 

        Oltre la nebbia 

La prima salita completa della parete sud è da attribuire a Geri Steve, Pietro Guy e Adriano Metelli, che nella primavera del 1984 superano un diedro che incide la parte bassa della bastionata, quasi a metà della valle. Ma è la salita del 1968 di Franco Bellotti e Mario Caparelli, quella che in qualche modo riuscì a diradare la nebbia che avvolgeva l'attività su questa montagna. Essa infatti fu relazionata puntigliosamente sulle pagine dell'Appennino del gennaio 1969. 

Nonostante ciò, per la complicata orografia della zona, individuare il tracciato di tale salita è pressoché scoraggiante; così come di difficile individuazione resta ancora oggi il percorso effettuato nel 1969 da Armando Baiocco, Pier Giorgio Coccia e Angelino Passariello di Tivoli. Per un po' sulle rocce del Murolungo, scenderà il sipario.

Negli anni '80 una forte evoluzione dell'alpinismo nel centro Italia, darà nuovo impulso all'attività in zona. Il 28 giugno 1981 Armando Baiocco, in compagnia di Roberto Frezza, sale il Camino a Ovest della Torre intitolata a Gigi Panei; caratteristica struttura posta nel settore destro dell'ampia parete sud. Questa salita, dal carattere squisitamente esplorativo, serve a meglio individuare uno stupendo diedro di ottima roccia, sulla parete sud della stessa torre, che verrà salito nel settembre dello stesso anno sempre da A.Baiocco, P.Santarosa e P.G.Coccia. 

E' sempre del settembre '81 il tentativo di salita della Candela, da parte di Massimo Marcheggiani e di Vincenzo Abbate. Il caratteristico campanile posto sulla sinistra della grande grotta che si apre poco dopo l'imbocco della Val di Teve, verrà salito integralmente tre anni dopo da Marco Baiocco e Felice Colasi, che realizzeranno così una via complessivamente molto difficile. 

Siamo al settembre del 1988; Toto Capassi, M.Censorio e Domenico Mancinelli, forte cordata di Avezzano, aprono una nuova via sulla parete sud; forse quella che più di ogni altra, lascerà traccia nell'ambiente alpinistico.

L'inverno non basta a scoraggiare i pochi "pretendenti", ma la parete sud, anche per la quota bassa, non ha il fascino che si confà alla stagione; allora il gioco si sposta sull'altro versante della montagna, dove una parete fredda e scontrosa, si affaccia sulla conca del lago, dalle acque imprigionate sotto uno spesso strato di ghiaccio.

Questo solitario ambiente, non sfugge all'interesse delle cordate attive in zona. Nel marzo del 1989 Antonio Capassi e Ludovico Gemini, agli albori del cascatismo, risalgono le colate ghiacciate sui salti rocciosi alla base della parete nord. Il 1 dicembre 1985 Gino Pietrollini e Ludovica Premoli, salgono in vetta per la Cresta Nord. Tre anni prima lo stesso Pietrollini aveva superato, forse per la prima volta d'inverno, la parete sud per il Canale della Polledrara.G.Guzzardi sul primo tiro della via Panei, foto E.Paolini

La storica via del Canale Diretto, la più appetibile in zona, cade nel febbraio dell'85, sotto i colpi di piccozza della cordata A.Capassi, V.Scognamiglio, P.Catalani; la loro sarà considerata la prima invernale della via, anche se notizie confuse parlano di una salita nel 1959, effettuata dai componenti della spedizione romana al Saraghrar Peak in Hindukush. Nel 1987, lo stesso itinerario, sarà salito in prima solitaria invernale; a chiudere il ciclo penserà Pietro Panei, nipote del grande Gigi. 

In anni più recenti, la Via del Canale Diretto è stata oggetto di altre ripetizioni e nell'inverno del '91 la cordata di Armando Baiocco ed Ettore Pallante, hanno effettuato un nuovo itinerario in un punto imprecisato, posto tra il Canale e la Cresta Nord.

Con questa, termina la nuda elencazione delle salite certe effettuate sulla montagna; nel bel mezzo si collocano sicuramente altri tentativi, c'è chi parla con certezza dell'attività in zona di Walter Bonatti, amico del Panei. 

Ma purtroppo la eco di queste gesta resterà per sempre sepolta nelle acque del lago e nel silenzio malinconico di questo angolo d'Appennino.

   (a cura di Vincenzo Abbate e Giancarlo Guzzardi)